Cari amici,
sono arrivate le mie sospirate vacanze e con oggi lascerò in pace anche voi per un mesetto.
Ieri, alla Camera del Lavoro di Milano, si è tenuta la convention di Ignazio Marino per presentare la sua candidatura alla segreteria nazionale del Pd. Ho provatouna emozione grandissima che non provavo da quando, giovanissimo, mi ero iscritto al PCI. La stessa passione e tensione positiva l'ho avvertita nei volti di tutti i presenti tra cui tanti giovani. Ed anche se i media continuano ad trascurarlo penso che Ignazio Marino ce la farà ad avviare la tanto sospirata rivoluzione democratica nel partito e nel paese.
Le parole chiavi della sua candidatura sono state: Apertura, Coraggio,Merito,Protezione eLibertà, che vogliono rappresentare una rottura con il passato, anche del PD. Ed a scanso di equivoci ha voluto precisare che la sua candidatura ”non è, e non sarà, merce di scambio. Niente accordi. Siamo qui per prendere lo spirito del Lingotto del 2007 e portarlo avanti". Citando Gramsci ha spiegato che ci sono epoche, come la presente, in cui le generazioni, quella dei giovani e quella dei vecchi, non si intendono perché manca la generazione di mezzo,”quella che educa i giovani".Citando un proverbio indiano, secondo cui ci sono tre categorie al mondo: gli inamovibili, quelli che sono mossi e quelli che muovono, ribadisce che "Noi siamo quelli che muovono e che si mettono in gioco, perché non è vero che le cose non cambieranno mai", dice Marino. "Se riusciremo ad affermare questo avremo reso un grande servizio al nostro partito e al nostro paese",. Il paese è da riformare secondo "regole comprensibili e semplici". La sua “rivoluzione democratica”, dovrà ricevere linfa “dai circoli e non dalle correnti che non distribuiscono speranze e sogni ma potere e sottopotere”, dice sfidando i leader a scioglierle.
L'obiettivo è quello di "includere un maggior numero di cittadini nella vita pubblica". Un obiettivo fin qui mancato anche dal Pd: "Non neghiamocelo". "Basta con le liste bloccate, diamo agli elettori possibilità di scegliere i propri rappresentanti", incalza chiedendo che dalla politica si tengano fuori quelli che hanno problemi con la giustizia. Il "merito" come principio universale, scandisce Marino. E poi contratto di lavoro unico e reddito di solidarietà. Ma anche uguali congedi parentali per uomini e donne, per liberarle dal ricatto dei datori di lavoro, e anche per i “nonni”, in modo da adeguare le regole al “ciclo di vita delle persone”.
Quanto alla laicità di cui gliene si fa una colpa: "Capisco il disagio di Franceschini, la sua difficoltà ad affrontare i temi della laicità perchè all'interno della sua mozione convivono molte posizioni", dice che la “laicità è soprattutto un metodo per affrontare ogni questione con rigore nell'interesse generale, non pensare di possedere la verità, sentirsi vincolati dalla decisione presa dopo il confronto con gli altri". È questa la sua ricetta per affermare diritti per “tutti ma proprio tutti, omosessuali o chiunque altro”. E dunque varare una legge per “reprimere l'omofobia" e promuovere una “legge sulle unioni civili che ricalchi quella britannica”. E consentire anche ai single le adozioni.
Marino però parla di tutto. Di lavoro. Di sicurezza. Di diritto alla salute, che se viene negato allo straniero viene negato anche all'italiano che può essere contagiato dallo straniero a cui viene tolto il diritto alla cura. Di istruzione, che non può essere negata a chi ha genitori non regolari. Niente ronde, ma supporto alle forze dell'ordine e giustizia che funzioni. Informazione libera. “Smettiamo di stare al gioco solo per nominare un direttore o un vice della tv pubblica”, dice Marino.
I principi con cui la politica deve candidarsi a cambiare il paese per Marino sono semplici. "Non c'è democrazia se si conosce il nome di chi otterrà un posto nell'università prima che un concorso viene bandito", dice. "Se si trattano come delinquenti gli ultimi della terra”. "Se un cittadino deve andare a centinaia di chilometri da casa sua per curarsi". "Se una parte della società e dello stesso stato sono soffocati dalla criminalità organizzato", dice raccontando le difficoltà di “italiano di ritorno” quando dagli Usa decise di trasferirsi di nuovo in Italia. E il rifiuto di un paese dove “la furbizia prevale sul senso civico”, dove “il migliore è migliore colui che riesce a farla franca aggirando le regole”, dove le “pari opportunità” sono un “dipartimento di Palazzo Chigi e non un principio chiaro che dovrebbe riguardare tutti”.
E da quella esperienza che è partito il percorso che lo ha portato ora a sfidare i leader del Pd per la guida del partito. “Non sono ignaro delle difficoltà, ma non mancherà mai il mio impegno ad ascoltare tutti, insieme possiamo cambiare l'Italia”.
Prima di lui aveva parlato Giuseppe Civati , coordinatore del programma, che ha marcato il profilo di un partito che parla "anche a quelli che si sentono traditi dal Pd". E che "si rivolge agli elettori prima che alle segreterie del partito". "Autorevole, che ascolta tante voci ma poi ne ha una, non fa giri di parole, sa cosa dire sulla sicurezza, sulla politica economica, sul futuro e sui problemi del suo tempo". Ma "niente caminetti". Un partito "dove si sappia dove vanno a finire i soldi del rimborso elettorale".
Rosa Calipari, che Marino l'ha conosciuto nel 2006 quando tutti e due erano i nuovi volti della politica è stata una sorpresa per la sua profonda preparazione e la sua capacità di scaldare la platea che le ha tributato applausi scroscianti. Già veltroniana lei e dalemiano lui, e ora insieme per"Un partito aperto che vuole affascinare quei milioni di italiani che credono nel merito e che trovano la politica chiusa". Secondo lei Il punto è: "Il ruolo che il Pd vuole avere nella società del Sud". La differenza che invoca è quella "tra chi è pragmatico per poter scegliere sempre con chi allearsi alle elezioni a seconda della convenienza e chi vorrà, invece, dare al Pd una funzione di esempio etico per cambiare la società".
Pubblico volentieri un valido contributo del Sig. Carlo Ippolito - ippocarl@tin.it
E' sconcertante lo spettacolo offerto da politici di lunghissimo corso che si affannano a spiegare che Marino non ha i titoli né l'esperienza per dirigere un partito, non avendo mai dimostrato di saper amministrare.
Marino, che è andato a lavorare negli USA, ha gestito bilanci e personale, ha motivato collaboratori e dipendenti, ed ha sempre portato a casa i risultati promessi. Marino che, dopo vent'anni di successi scientifici e gestionali, ha deciso di tornare a fare qualcosa per gli Italiani: ha fondato e diretto con successo un centro clinico di eccellenza - a Bologna? no, in Sicilia, come fabbricare sorbetti nel Sahara!
Ma, per uno stuolo di dirigenti di primo e secondo piano, non ha comunque l'esperienza necessaria a guidare un partito.
Sostengono questa tesi politici che sarebbero pronti a dirigere dall'oggi al domani, indifferentemente, una ASL, la RAI, una fabbrica di Panettoni Statali, l'Alitalia o le FFSS, o sarebbero pronti a piazzarci un loro portaborse o compagno di corrente di pari incompetenza.
Se ne deduce che la politica è l'arte di fare tutto, e male: davvero vogliamo che sia così? I buoni politici e i buoni amministratori meritano maggior rispetto; certamente per gran parte degli iscritti al PD, come per la parte sana della Società Civile, il lavoro, la competenza, il merito sono valori.Facciamo che sia così per tutti, in tutto il PD e in tutto il Paese.
Sia dentro il PD che fuori, nel vasto mondo, sta a noi valorizzare l'orgoglio per le nostre piccole o grandi scelte quotidiane (etiche anche in assenza di filo diretto col Vaticano, orgnizzative e gestionali anche in assenza di viatici politici): ogni giorno molti di noi amministrano budget, motivano collaboratori, compiono scelte difficili, rischiano di persona.
Il nostro lavoro fa funzionare la sanità, la cultura, l'informazione, la produzione e i servizi, nonostante il peso spaventoso di dirigenti e burocrati incompetenti e inamovibili imposti dal manuale Cencelli. Nonostante i terribili sprechi - di risorse e di energie - che questo comporta.
E c'è anche chi invece amministra budget poverissimi per nutrire e vestire decorosamente famiglie numerose. Anche questo sappiamo fare, nella Società Civile: amministratori/trici da tre soldi.
Soprattutto, a differenza di qualche politico dall'intelligenza siderale, e di qualche ex-sindacalista roccioso, molti di noi hanno imparato ad essere flessibili, a confrontare le idee, a raggiungere conclusioni solo dopo aver studiato i problemi da ogni punto di vista - e anche però a decidere, senza rimandare ogni decisione a dopodomani.
La società civile può aiutare il PD a non fossilizzarsi nella riproposizione schematica delle due tradizioni che in esso sono confluite. Rappresenta una ricchezza, non è il nemico alle porte; soprattutto, coincide con il corpo elettorale, che ascolta attonito paragoni sprezzanti con l'elezione dell'amministratore del condominio (saremmo noi elettori, gli inquilini del condominio di fronte? Solo perché non siamo professionisti della politica? Ma vi rendete conto?).
Questo fuoco di sbarramento è frutto della paura degli oligarchi che questo partito finalmente si apra davvero, e mantenga le promesse che ne avevano accompagnato la nascita - non più un "albergo spagnolo" dove tutti, ma proprio tutti, si fanno un giro, ma la casa che aspettavano gli Italiani che credono nella democrazia e nei diritti, nella fratellanza e nel lavoro, e non hanno bisogno di commissionare un sondaggio, o di telefonare Oltretevere, per sapere cosa pensare, e cosa è nell'interesse del Paese.
Sia che abbiate deciso di votarlo, sia che siate indecisi, firmate entro il 21 luglio per rendere possibile la candidatura di Ignazio Marino a Segretario del PD: che ci sia finalmente un confronto chiaro tra posizioni diverse, in modo che il PD cresca sano e diritto.
Basta pasticci, finiamola con i candidati appoggiati da correnti organizzate che hanno progetti incompatibili, addio partito dei veti incrociati e del lessico contorto!
Sui grandi temi ognuno si assuma le sue responsabilità - proprio come succede nelle primarie, quelle vere.
Ieri ho partecipato all’incontro che si è tenuto al Teatro Litta per la presentazione della candidatura di Ignazio Marino a segretario del PD. Presente Beppino Englaro ho potuto verificare l’entusiasmo e la passione di tante persone che si erano allontanate nauseate dalla politica e che si sono riavvicinate sull’onda dell’entusiasmo suscitato dalla discesa in campo di un uomo serio, preparato, umile e nello stesso tempo determinato ma, soprattutto, estraneo agli stantii schemi di un partito non più in grado di stare in mezzo alla gente e di ascoltarne la voce.
L’entusiasmo suscitato dalle primarie di due anni fa e la speranza che aveva restituito, soprattutto ai giovani, sono svaniti a causa delle continue diatribe e dei protagonismi di dirigentiche hanno trascorso la loro vita nel partito con risultati non certo entusiasmanti.
Milioni di compagni che hanno investito le loro serate ed il loro tempo libero per il partito si ritrovano, da tempo immemore ormai, gli stessi dirigenti, parlamentari, e funzionari, tutti ben retribuiti, che esigono i contributi delle tessere e vengono lasciati a combattere con l’affitto dei circoli e le spese delle campagne di proselitismo da pagare.
Quell’entusiasmo si è arrestato di fronte ai limiti di un gruppo dirigente che non ha saputo gestire la forza del cambiamento e si è rinchiusa nei soliti giochi di equilibrismo per dare prova di una falsa unità, solo di facciata, piuttosto che dare una risposta chiara ai mille interrogativi che una moderna società pone. Così il testamento biologico, il nucleare, le coppie di fatto, la legge elettorale, il conflitto di interessi, la giustizia, la sicurezza e chi più ne ha più ne metta, sono rimasti temi sui quali non si è mai riusciti a trovare una posizione comune e chiara.
Siamo nauseati da questo stato di cose e chiediamo il coraggio di un partito che sappia assumere posizioni nette e trasparenti . E se non si trova un accordo unanime si decida democraticamente a maggioranza e si esiga fedeltà alla linea decisa. E’ assurdo che un deputato venga in sezione per dire che lui la pensa in quel modo o, addirittura, che non ha ancora deciso quale posizione assumere.
C’è bisogno di aria fresca nel partito e di nuovi e più capaci dirigenti in grado di confrontarsi anche duramente e di assumersi delle responsabilità. Ignazio Marino, a mio parere, può assicurare al partito un futuro ed una speranza. Questo è emerso dall’incontro di ieri.
ero molto perplesso sulla discesa nell’agone politico per la segreteria del partito democratico del senatore Ignazio Marino perché ero già scettico sulla opportunità di organizzare il congresso in un momento in cui il PD avrebbe bisogno di consolidarsi. Sono sicuro, però, che questo importante appuntamento non sarà fonte di nuove tensioni e/o divisioni nel partito ma una grande occasione per scegliere democraticamente il nuovo segretario e, sotto la sua guida, riprendere la lotta per assicurare al paese un governo più degno e più giusto.
Stimo Ignazio Marino da tempo per la chiarezza delle sue posizioni e ritengo possa essere l’uomo nuovo per ricompattare il partito e ridargli quell’entusiasmo che è venuto via via scemando a causa della forte litigiosità interna e del protagonismo ormai datato di tanti dirigenti che hanno fatto del loro impegno una professione ben redditizia.
Per tali ragioni ho deciso di appoggiare la sua candidatura anche se sembra la più debole non potendo egli contare su nessun apparato del partito.
Sono sempre portato a sposare le cause più difficili che, in caso di successo, sono quelle che ti danno le più grandi soddisfazioni e accrescono la propria autostima. Anche Obama ha vinto contro l’apparato del partito democratico USA ed oggi abbiamo un uomo inatteso che ha ridato speranza ad ogni uomo di buona volontà.
Vi invito, pertanto, a prendere visione del suo appello che di seguito vi inoltro e, se vi convince, a dare il vostro contributo per una campagna congressuale altamente partecipata.
gianni berretta
Appello di Ignazio Marino
Care amiche, cari amici,
lo avrete saputo, ho deciso di candidarmi alle primarie del Partito Democratico. Siamo in molti, moltissimi e ringrazio tutti coloro che mi hanno già dimostrato il loro sostegno.
Sogniamo un'Italia diversa, crediamo nella cultura del merito, nella laicità dello Stato, nella solidarietà, nel rispetto delle regole, nei diritti uguali per tutti. Vogliamo liberare le energie migliori di questo Paese e creare una squadra di persone che diano voce, forza, concretezza alle nostre idee.
Siamo decisi a contrastare democraticamente chi governa l'Italia in maniera ottusa e maldestra:
per un Paese curato, sicuro, sereno, moderno
per un Paese che conti, in cui si faccia strada il coraggio, la capacità, la speranza
per un lavoro con un salario degno che valorizzi ogni individuo
per una scuola come principale strumento per la formazione e l'integrazione dei nostri figli
per uno sviluppo economico, responsabile, che rispetti l'ambiente.
Vogliamo che ognuno possa costruire con fiducia il futuro, realizzare il proprio sogno e vogliamo essere liberi di scegliere. Non sono slogan, sono i valori in cui crediamo e che ci uniscono. Ma affinché questi valori diventino azioni positive, ognuno di noi deve fare un passo avanti e assumersi un impegno.
IO CI SONO. VOI CI SIETE?
Ho fatto il primo passo per assumermi la responsabilità di dare voce e concretezza a ciò in cui crediamo. Vorrei che sulla stessa strada ci foste anche voi, democratici liberi nello spirito e visionari.
Non siamo spinti né sostenuti da correnti, siamo un ruscello ma possiamo diventare un fiume se ognuno di noi è disposto a contribuire con la propria goccia d'acqua.
Il fiume deve scorrere dentro gli argini e ogni persona per contare si deve iscrivere al Partito Democratico e partecipare con il proprio voto alla fase congressuale, per scegliere il candidato.
Facciamoci vedere. Facciamo sentire quanto è forte la nostra voglia di cambiare.
Entro il 21 luglio iscriviamoci tutti al PD.
E tra due settimane, se saremo in tanti, il fiume seguirà un nuovo corso.
"Io non corro, sosterrò Franceschini
D'Alema e gli altri sono l'apparato"
Pubblico una intervista a Debora Serracchiani di Curzio Maltese oggi su Repubblica quale contributo alla campagna congressuale per la segreteria del PD.
ROMA - La più votata nel Nord Est, la donna che ha battuto Berlusconi alle europee, Debora Serracchiani, non si candida alla segreteria del Pd, come le chiedevano molti dei suoi elettori. Ha deciso di correre con Dario Franceschini, contro Pierluigi Bersani. Oggi esce il suo istant book sulla travolgente esperienza di pochi mesi. Titolo: "Il coraggio che manca".
Serracchiani, non sarà che un po' di coraggio è mancato anche a lei?
"Al contrario, non candidarmi mi sembra la scelta più coraggiosa. La strada più semplice era candidarmi, riempire la terza casella. Farmi la mia bella corrente, prendere il mio pezzetto di partito e cucirci sopra il nome. Ma sono queste le cose che ci hanno portato dove siamo".
Magari non sarebbe stato un pezzetto piccolo. Sono molti gli insoddisfatti dal duello Franceschini-Bersani.
"Un terzo candidato servirebbe oggi soltanto a frammentare. Sono contenta che Chiamparino abbia rinunciato. Spero anzi che venga con noi".
Perché ha scelto di stare dalla parte di Franceschini?
"Perché è il più simpatico"
Ottima ragione. Ma una volta non era scettica?
"Sì. Poi però l'ho conosciuto in campagna elettorale. E come segretario è stato bravo, innovativo, coraggioso".
Senza contare che ieri le ha offerto la vice segreteria?
"Mai parlato di vice o di ticket. Abbiamo discusso di come dovrà essere il Pd che ancora non s'è visto".
In questi casi si dice: vicino ai problemi degli italiani.
"Appunto, si dice e non si fa. E a me, come a milioni di elettori, interessa che si faccia davvero".
E se dovesse spuntare un terzo candidato, ora che lei e Chiamparino avete lasciato il posto libero? Per esempio il senatore Ignazio Marino?
"Non penso che riuscire a parlare di laicità sia sufficiente per guidare il secondo partito d'Italia. Comunque io la mia scelta l'ho fatta"
Che cosa non le piace di Bersani?
"Rappresenta l'apparato. In tutto, linguaggio compreso. Parlano ancora di piattaforma programmatica, un'espressione che proprio non si può più sentire. Non mi sono piaciuti i modi della sua candidatura. Da un anno è un candidato a prescindere, come direbbe Totò. A prescindere dall'avversario, dal segretario in carica, dal risultato elettorale, da tutto".
Quindi, non ha avuto dubbi a schierarsi con Franceschini?
"Nemmeno mezzo. Di qua c'è il progetto del Pd, dall'altra parte c'è D'Alema. Io sto col Pd".
C'è D'Alema, ci sono le tessere, gli apparati, come dice lei, tante personalità del partito...
"È vero. Partiamo sfavoriti al congresso. Ma poi c'è il voto delle primarie. Se non provano ad abolirle, come qualcuno vorrebbe. Sono fiduciosa. Se vincesse
Bersani sarebbe un salto all'indietro"
Se invece vincerà Franceschini sarà la rivoluzione?
"Lo spero. Franceschini dovrà aprire il partito al rinnovamento, chiamare gente nuova, come ha fatto con me, pescare fra le straordinarie risorse di questo pezzo d'Italia"
Non era anche il programma di Veltroni?
"Sì, certo"
Mi spiega con parole semplici perché Franceschini con un risultato del 26 per cento dovrebbe riuscire dove Veltroni ha fallito partendo dal 33?
"Perché Franceschini è molto più determinato di Veltroni ed è una dote necessaria per fare il segretario di un partito. È abbastanza semplice?"
Al limite della brutalità. Di che cosa avete parlato con Franceschini, invece che di poltrone?
"Dei grandi temi sui quali il Pd deve ancora dare risposte chiare all'elettorato"
Non abbiamo così tanto spazio. Mi elenca soltanto i principali?
"La laicità, la questione morale, il conflitto d'interessi, la riforma del welfare. Non generiche aspirazioni, ma proposte concrete da portare al congresso e sulle quali confrontarsi. Questo è il primo congresso vero del Pd, con uno scontro autentico che arriverà alle primarie. Può essere un'altra passerella di narcisismi assortiti oppure un'occasione straordinaria per discutere sulle cose e illustrare agli italiani le nostre proposte. Se si butta via questa occasione non ne avremo un'altra"
Nell'intervento che l'ha resa celebre, lei partiva proprio dalla laicità e dal caso Englaro. Che cosa le fa pensare che il cattolico Franceschini sia più sensibile al tema del suo rivale?
"Proprio il fatto che venga dal mondo cattolico. Paradossalmente i cattolici democratici hanno molte meno remore a sfidare il clericalismo di quante ne abbiano gli altri"
Una legge sul conflitto d'interessi, la questione morale, le norme contro le candidature di condannati. Sono tutte questioni che il centrosinistra ha archiviato da tempo.
"I leader sì, gli elettori per nulla. Certo, se vogliamo contribuire ulteriormente al successo di Di Pietro..."
In questi mesi si è data una ragione della sua clamorosa e immediata popolarità?
"E' il fatto che sono una persona normale. L'elettorato si identifica nel linguaggio, nel modo di essere, direi quasi nella fisicità. E poi non vengo da tutta una vita di sezione"
Non sarebbe ora per il Pd di esprimere un leader che non provenga dal funzionariato politico, come avviene già da tempo per tutti i partiti occidentali?
"Franceschini è un mio collega, un avvocato. Certo, sta in politica da tempo. Ma lui faceva il consigliere comunale quando Bersani era già ministro e D'Alema aveva già smesso di fare il segretario del Pds. C'è una bella differenza anche qui, le pare?"
La stampa internazionale lo accerchia, parlando di dimissioni imminenti, e Berlusconi rilancia alla sua maniera. A Napoli, presentando il G8, ha definito il suo governo "il più stabile del mondo occidentale". Anche perchè - ha aggiunto - il suo gradimento è al 62,3% e l'opposizione, come dice Pansa, "è un cadavere che cammina". Nel proclamare l'indistruttibile del suo esecutivo ha però ammesso il disastro economico in cui si trova l'Italia: " la crisi provocherà una riduzione delle entrate per l'erario che prevediamo, a fine anno, di 37 miliardi di euro». Quanto al rapporto deficit-pil raggiungerà il 5%, ammette il premier. Berlusconi dice però che il governo è innocente: "nonostante questo non abbiamo messo le mani nelle tasche degli italiani».
Un gruppo di manifestanti, aderenti ad alcuni movimenti di protesta, tra cui l'Onda napoletana, ha inscenato un sit-in alla Stazione marittima di Napoli dove, a bordo della nave Fantasia della Msc, il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi ha parlato spaziando su vari argomenti. I manifestanti hanno esposto striscioni sui quali si legge, tra l'altro, «Noi la crisi non la paghiamo».
Berlusconi sulla nave ha parlato di G8 e terremoto, dicendo che entro settembre nessuno starà più nelle tende, anche perchè saranno messe a disposizione degli sfollati 1100 posti del complesso della Finanza che verrà usata proprio per il G8. Quanto a Napoli ha detto che grazie a lui "è tornata alla civiltà" e che il problema rifiuti è stato definitivamente risolto.
Parlando dell'argomento ha però innescato una nuova polemica. Ha citato tre regioni che rischiano il collasso come la Campania, tra cui la Liguria. Il presidente della regione interessata non ha gradito e ha reagito: "«Passando il suo tempo a fare altro invece che governare il paese Berlusconi non è bene informato». «In Liguria non c'è un chilo di spazzatura che non vada a posto - afferma Burlando -. C'è solo una provincia biricchina, quella di Imperia, da sempre governata dal centro destra, che non ha presentato il piano rifiuti e che noi abbiamo commissariato. Berlusconi è spesso in Liguria, e l'ha visitata anche di recente - prosegue il presidente della Regione - avrà visto che nemmeno un cassonetto risulta non svuotato. Ci dispiace che diffonda notizie false che potrebbe influenzare negativamente i turisti».
Intanto si parla di crisi e possibili dimissioni del premier, anche se in tanti, a cominciare da lui, si affanno a smentire l'ipotesi che invece viene ampiamente sostenuta dalla stampa internazionale, soprattutto quella inglese. Il presidente della Camera Fini dice che "molti pensano e sperano in una crisi, ma questo appare irrealistico perchè il governo è uscito raforzato dal test elettorale". Fini dice comunque che quando Berlusconi si ritirerà saranno gli iscritti a decidere il successore.
Ieri è stato Giulio Tremonti a dare la linea al Pdl, per sventare l’ipotesi crisi: «Un governo tecnico si può anche trovare, ma durerebbe il tempo di uno Yomo», dice il ministro dell’Economia (facendo anche pubblicità allo yogurt), intervistato da Lucia Annunziata a In 1/2 ora. Per Tremonti il governo è «fortissimo» e supportato dal Parlamento. «Le indagini, anziché farle sulla Sacra Corona Unita, le fanno su roba del genere». Insomma, la «leadership fortissima» di Berlusconi è nota all’estero: «Il resto è essere guardoni».
La stampa internazionale però ipotizza un rapido declino del Re Papi-Silvio: dai quotidiani britannici allo spagnolo El Pais, articoli sull’inchiesta di Bari. Berlusconi intanto cerca di rifarsi un trucco da «uomo del fare» che ha i suoi svaghi (il trucco televisivo è sempre a posto) e dare un’immagine di compattezza del suo governo, condita con l’elogio alle ministre.
La stampa inglese tuttavia è scatenata. Riferendosi al fatto che le ragazze di Bari fra loro lamentavano l’essere «accarezzate» davanti a un uomo della scorta... Il Times on line titola così: «Oh Silvio, not in front of the guards», e Patrizia D’Addario racconta la notte brava del 4 novembre, passata insonne con un Silvio «toro instancabile» e un’infinità di docce gelate che le hanno provocato solo la raucedine.
Il Sunday Times rivela indiscrezioni raccolte nel governo: ovvero che l’«angelo custode» del cavaliere si sarebbe stancato: «Gianni Letta si è distanziato dal premier e da alcuni mesi declina i suoi inviti a cena», scrive il domenicale britannico mostrando le crepe: un «collaboratore disamorato» ha detto che «Berlusconi si è trasformato nell'opposto di Re Mida, sporca tutto quello che tocca».
Che Gianni Letta sia imbarazzato dalle esuberanze del premier è piuttosto evidente, anche per i suoi buoni rapporti con il Vaticano e il Quirinale. Berlusconi lo usa come suo sostituto in caso di imbarazzi istituzionali o torcicolli dolorosi. Nell’entourage del premier i pezzi del Times sono bollati come «schifezze» o mossi dalla concorrenza di Murdoch che vede minato il monopolio satellitare dal mondo digitale. Ma nel Pdl dicono che «erosione» avanzi, con dubbi sul «dopo-Berlusconi». Gianfranco Fini aspetta, ma non crede, dicono parlamentari a lui vicini, ad una rapida caduta di Re Silvio, a meno che non esploda uno scandalo più pesante dalle inchieste sul fronte cocaina. Una mina vagante sulla vetrina del G8 a L’Aquila.
Il presidente della Camera
Fini è un altro soggetto della guerra di successione. Certo «non accetterebbe essere a capo di un governo di transizione», semmai in un governo confermato dagli elettori. Ma se Berlusconi si dimettesse «e designasse un altro che non fosse Fini, che è il secondo leader del Pdl, il partito esploderebbe», dice un ex An. I capigruppo, invece, fanno muro difensivo. Lui, il premier, evita Villa Certosa e la Sardegna. Ieri era a Milano. Oggi vuole stupire con effetti speciali, che il Times chiama il suo tipico «flamboyant style»: presentare a Napoli il programma del G8 de L’Aquila, a bordo della mega nave da crociera Msc Fantasia (che avrebbe usato se avesse lasciato il G8 alla Maddalena). Location ideale per uno show diversivo, con cena privata e notte all’hotel Vesuvio. La tattica di Papi è rivendicare il suo stile esagerato di vita: dal promettere ai giornalisti l’invito «alle mie cene, così vedete la qualità degli interventi artistici» di Apicella e le sue girls, alle dame di compagnia che non si è accordo fossero prostitute.
Oggi il Presidente Napolitano invece di preoccuparsi, in qualità anche di Presidente del Consiglio Superiore della Magistratuira, della cena tra Berlusconi, il ministro Alfano, i presidenti di due commissioni parlamentari Vizzini e Bruno ed i due giudici della Consulta, Mazzella e Napolitano che a giorni dovranno decidere sulla costituzionalità del Lodo Alfano, ci esorta ad una "tregua" ovvero di non parlare più dello scandalo che da mesi riempie la stampa di mezzo mondo. Ci adeguiamo e ne riparleremo a G8 ultimato.
«Gli indici relativi all'esercizio 2008 hanno purtroppo disatteso» l'auspicio della «prosecuzione di un percorso virtuoso a riduzione del debito e deluso l'aspettativa di un miglioramento dei conti pubblici». Lo rileva il Procuratore generale presso la Corte dei Conti, Furio Pasqualucci, nella sua requisitoria sul Rendiconto generale dello Stato: a pesare, la rapidità con cui la crisi finanziaria si è trasferita sull'economia reale. Il giudice contabile segnala che «il Pil ha registrato una flessione dell'1%; l'indebitamento netto è salito a 42,9 miliardi pari al 2,7% del Pil, l'avanzo primario è sceso al 2,4% e il debito pubblico ha raggiunto la cifra di 1663,65 miliardi, pari al 105,8% del Pil».
Nella sua relazione il procuratore generale della Corte dei Conti, citando i dati forniti dal ministro dell'Economia, ha ricordato che il valore aggiunto dell'economia sommersa nel nostro Paese è quasi pari al 18% del Pil e che, in termini i gettito, si tratta di almeno 7 punti di Pil, pari a oltre 100 miliardi l'anno. Tra i fattori che rallentano il recupero dell'evaso, Pasqualucci ha ricordato la «persistente caratterizzazione di straordinarietà di un obiettivo che dovrebbe essere considerato naturale e ordinario, l'indebolimento dell'apparato sanzionatorio, l'indebolimento giuridico degli studi di settore a seguito del ridimensionamento della loro valenza dal 2007 in avanti, e il deficit di conoscenza e di trasparenza che caratterizza l'approccio all'evasione».
Con la crisi è aumentata anche la pratica dei reati dei “colletti bianchi” tanto che le Fiamme Gialle hanno scoperto 1.000 reati fallimentari e 600 reati bancari e di Borsa con sequestri per 218 milioni. L’evasione fiscale resta quindi una delle maggiori emergenze dell’economia italiana poiché nei primi cinque mesi dell’anno è stato scoperto un ammontare di imponibile nascosto pari a 13,7 miliardi pari ad un aumento del 10% rispetto al 2008 che testimonia l’impegno delle Fiamme Gialle ma, altresì, la recrudescenza dell’evasione.
A pesare sul recupero dell’evasione c’è anche l’abolizione di alcune norme varate nella precedente legislatura e abolite dall’attuale governo di centrodestra, come ha notato la stessa Corte dei Conti: la cancellazione dell’elenco clienti- fornitori, la tracciabilità dei compensi professionali, la revisione degli studi di settore, la nuova regolamentazione sull’anagrafe tributaria e sugli scontrini, che porterà ad una inevitabile ulteriore caduta del gettito fiscale.
In questo contesto l’ineffabile ministro Tremonti sta pensando all’ennesimo condono sotto forma di “scudo fiscale” - la sua creatività non ha mai limiti – mediante il quale ritiene di poter far rientrare capitali dall’estero mediante il pagamento di una aliquota che potrebbe essere del 7% o forse meno. Un ulteriore regalo agli evasori che rappresenta secondo il noto tributarista Victor Uckmar “il più nefasto provvedimento che si possa prendere in uno stato di diritto. Ma l’Italia è ancora uno stato di diritto?
Il nostro Presidente del Consiglio ha sempre mostrato comprensione per gli evasori che portano a loro discolpa l’alta pressione fiscale. Ma in Italia essa è allo stesso livello delle altre economie occidentali. Anche se quello che ci differenzia è il livello dei servizi. Certo che con un capo di governo del genere è difficile lavorare sulla coscienza civica nazionale.
Il tanto vituperato governo Prodi, durante la sua breve vita, ha rappresentato un tentativo serio di rimettere in piedi il paese riducendo il cuneo fiscale che è stato tagliato di 5 punti a partire dal 2008. Senza particolari segni di riconoscenza dei nostri imprenditori, i soli che ne hanno beneficiato, sempre pronti ad entusiasmarsi per le offensive “cazzate” del loro collega Berlusca.
L’ennesima sua vacua promessa in campagna elettorale “meno tasse per tutti” è rimasta, come tutte le altre, in un cassetto perché impossibile da mantenere. Prodi e Padoa Schippa, diversamente dal nostro premier, sono dei galantuomini ed avevano l’idea, giusta, che bisognasse per prima risanare i conti e ridurre l’evasione fiscale. Stavano lavorando bene e se avessero avuto la forza numerica dell’attuale governo oggi staremmo sicuramente meglio.
Sono stati, invece, travolti da una campagna di stampa indegna e subissati dalle pernacchie quando il buon Padoa Schioppa aveva detto di esser contento di pagare le tasse. In un paese come il nostro è un peccato mortale imperdonabile.
Cari amici, vi segnalo un sito molto interessante: ARCIPELAGO MILANO settimanale di cultura e politica della grande Milano, da cui ho tratto un contributo simpatico e corrosivo. Visitatelo.
Il podio se lo sono aggiudicato in due, questa volta: Nicolò “Mavalà” Ghedini e il suo capo, Silvio Berlusconi. Nella gara a chi tocca il punto più basso nella comunicazione politica, non si sa chi abbia prevalso.
Il primo, senza dubbio, ha toccato vette incredibili. Prima definendo Berlusconi “utilizzatore finale”, nel tentativo di sminuire la responsabilità del Capo nel nuovo Cime di rapa gate. E poi, ancor peggio, nel tentativo di scusarsi: “Figuriamoci se ha bisogno di pagarle, le donne, uno come lui. Potrebbe averne grossi quantitativi. Gratis”. Fantastico. Neppure il frequentatore più sboccato delle osterie era arrivato a tanto, parlando di donne. Al massimo era arrivato a dire a qualche ragazza: “Vé ‘nscià che te dupèri” (vieni qui che ti adopero…). Ma scherzava, rendendosi conto di essere abbondantemente oltre il limite.
Loro, invece, i Ghedini e i Berlusconi, fanno sul serio. Continuando così c’è da star sicuri che finirà tutto a puttane, come affermano i fini dicitori. Come stupirsi se poi uno ruspante come il vicesindaco Riccardo Marshall De Corato, in un comunicato stampa sulla prostituzione, mentre sostiene che il fenomeno a Milano sta riducendosi, afferma che rimane uno “zoccolo duro di romene e viados brasiliani”. Forse non voleva dire proprio zoccolo…
Ma veniamo a lui, il Capo di Ghedini. In questi ultimi giorni ha dato fondo a tutti gli improperi che gli venivano in mente. Rivolto ai giornalisti: “Siete degli spioni”; “Scrivete solo stupidaggini”; “Non le rispondo, la mia disistima è totale nei confronti del suo giornale”. A Cinisello invece se l’è presa con una cinquantina di giovani che lo fischiavano. Non l’avessero mai fatto: si è aggrappato ai microfoni, stringendoli con tutta la sua forza, ha buttato fuori la mascella e ha cominciato a urlare: “Siete solo dei poveri comunisti, mi fate pena e disgusto”. Visto che loro non la prendevano come un’offesa, ha rincarato, sempre più paonazzo: “Analfabeti della democrazia” ; “Noi siamo antropologicamente doversi”; “Siete invidiosi, non capite le persone”.
Il crescendo è stato irresistibile. Quasi comico. Probabilmente da liquidare con saggezza: “Una risata lo seppellirà”. Ma forse questa è un’illusione: ci sono ragioni sufficienti per temerlo, a giudicare da quel che sta accadendo alla stampa, e soprattutto alle tivù. Le ultime foto di Villa Certosa, infatti, abbiamo potuto vederle sui giornali stranieri. Quanto alle invettive del premier, le abbiamo potute ascoltare soltanto su qualche coraggioso canale e su Internet. Non al Tg1, né sui telegiornali della Fininvest. Ma quel che preoccupa di più è che il velo della censura sta ormai arrivando anche sulla rete, su Youtube e Facebook, per esempio.
Sono tempi duri, e pericolosi. C’è da aumentare la vigilanza, per impedire che diminuiscano ulteriormente gli spazi di libertà.
Il 21 giugno p.v. siamo chiamati a votare sui referendum elettorali. Noi siamo contrari al mantenimento dell’attuale legge (definita “porcata” dal suo stesso autore) e sosteniamo quindi la vittoria del Sì , l’unica opportunità disponibile per obbligare il Parlamento a rispondere alle esigenze degli elettori e non a quelle degli eletti .
Finora, solo il Partito Democratico ha assunto una posizione chiara al riguardo coerentemente con la sua vocazione maggioritaria, e cioè con la sua aspirazione a rappresentare gli interessi e i valori della maggioranza del paese all’interno di una democrazia compiutamente competitiva.
Questa costituisce per noi una ulteriore ragione per votare Pd alle elezioni amministrative laddove si è andati al ballottaggio.Non si può dire lo stesso dell’Idv che si è invece arenato sulla sponda opportunistica dell’astensione, pur essendosi fatto promotore del referendum ed aver raccolto le firme per renderlo possibile.
E' opportuno, quindi, andare ad apporre un triplo Sì per due fondamentali ragioni.
Il nostro è divenuto un Parlamento di non-eletti, di politici dipendenti dalla volontà di pochi oligarchi di partito e, nel caso del Pdl, del suo leader-proprietario unico. Il Sì cancella le candidature multiple, un vero e proprio scandalo tutto e solo italiano che suscita sdegno in tutta l’Europa, e impone, quindi, al Parlamento di eliminare le liste bloccate.
L’Italia non ne può più di coalizioni costruite contro qualcuno e di partitini impegnati solo a difendere la propria “ditta individuale”. Il Sì impedisce che si riformino coalizioni eterogenee e rissose, incoraggiando il processo di aggregazione politica emerso nelle ultime elezioni parlamentari.
Quel processo è stato avviato da una scelta politica coraggiosa del PD, legata a circostanze eccezionali. Con la legge in vigore, quel processo potrebbe essere arrestato e invertito da scelte di segno contrario. D’altro canto è ipocrita l'assunto secondo cui con la vittoria del Sì verrebbe consegnata la maggioranza assoluta dei seggi al partito che ha ottenuto una maggioranza solo relativa di voti, perché questo è già possibile con la legge in vigore. Inoltre, se la posta in gioco è il governo e il premio di maggioranza viene dato alla forza politica che prende più voti, i partiti saranno spinti ad aggregarsi ed elaborare programmi comuni. È infondato anche l’assunto secondo cui la vittoria del Sì favorirebbe la nascita di listoni eterogenei, perché comunque, al contrario delle coalizioni rissose del passato, le forze tra loro coalizzate dovrebbero lavorare insieme a sostegno di un medesimo simbolo e di un medesimo programma. La vittoria del Sì favorirebbe quindi la nascita di forze politiche ideologicamente pluraliste e programmaticamente coerenti.
Sarebbe stato necessario un chiaro confronto tra le ragioni dei nostri tre Sì con le ragioni del No e invece dobbiamo registrare un silenzio assordante, il rifiuto di ogni confronto e l'anomalia di una campagna pubblica a sostegno della legge attuale attraverso l’ipocrisia dell'astensione.
È davvero stupefacente che questa tattica subdola sia scelta anche da chi dice di temere una eccessiva concentrazione dei poteri. Propagandando l’astensione, oltre a difendere la legge in vigore, si finisce per svuotare il referendum, l’ultimo residuo strumento di democrazia diretta voluto dalla Costituzione per bilanciare la possibile tirannia delle maggioranze parlamentari e dei governi in carica.
Il fallimento dei referendum ha sempre ulteriormente aggravato il clima politico del paese. Infatti, l’astensione che portò al fallimento del referendum del 1999, promosso per abolire la quota proporzionale del Mattarellum, ha portato alla “legge porcata” approvata qualche anno dopo.
L’11 giugno 1984, a Padova, in piazza e nel pieno del suo impegno politico mai venuto meno, spirava Enrico Berlinguer. La sua scomparsa commosse tutto il paese, ed il Presidente della Repubblica Sandro Pertini andò personalmente a prendere la sua salma, accompagnata all'aeroporto da un corteo infinito di auto, per condurla a Roma dove sdi celebraqrono i funerali di stato. Era solo il segretario di un partito ma mai nessuno finora ha avuto un saluto più commosso e partecipato da tutto il paese. Un grande uomo oltre che un grande politico, per il quale lo stesso Presidente della Camera Fini ha avuto oggi parole di rispetto che gli fanno onore. Rispettato da compagni e avversari politici per la sua correttezza, il suo garbo e la sua riservatezza, ha speso la sua vita al servizio del paese. Il suo insegnamento dovrebbe essere il faro che illumina i tantissimi giovani che si affacciano per la prima volta alla politica ed i tanti che tendono a perdere ogni speranza in un futuro migliore e più giusto. Egli aveva posto con forza, già trenta anni fa, la questione morale come crocevia nazionale senza la soluzione del quale sarebbe stato impossibile, come è poi successo, ricostruire iil tessuto civile del paese mai così imbarbarito. Le sue parole, a distanza di tanti anni, sono quanto mai attuali perché da allora nulla è cambiato se non in peggio. " Noi siamo convinti che il mondo, anche questo terribile, intricato mondo di oggi può essere conosciuto, interpretato, trasformato, e messo al servizio dell'uomo, del suo benessere, della sua felicità. La lotta per questo obiettivo è una prova che può riempire degnamente una vita."
"La questione morale esiste da tempo, Ma ormai essa è diventata la questione politica prima ed essenziale perchè dalla sua soluzione dipende la ripresa di fiducia nelle istituzioni, la effettiva governabilità del paese e la tenuta del regime democratico."
"Ci si salva e si va avanti se si agisce insieme e non solo uno per uno"
Vorrei ricordarlo con una intervista rilasciata a Eugenio Scalfari, direttore di Repubblica, il 28 luglio 1981 che voglio sottoporre alla vostra riflessione.
«I partiti sono diventati macchine di potere»
«I partiti non fanno più politica», dice Enrico Berlinguer.
«I partiti hanno degenerato e questa è l'origine dei malanni d'Italia».
Eugenio Scalfari
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La passione è finita?
Per noi comunisti la passione non è finita. Ma per gli altri? Non voglio dar giudizi e mettere il piede in casa altrui, ma i fatti ci sono e sono sotto gli occhi di tutti. I partiti di oggi sono soprattutto macchine di potere e di clientela: scarsa o mistificata conoscenza della vita e dei problemi della società e della gente, idee, ideali, programmi pochi o vaghi, sentimenti e passione civile, zero. Gestiscono interessi, i più disparati, i più contraddittori, talvolta anche loschi, comunque senza alcun rapporto con le esigenze e i bisogni umani emergenti, oppure distorcendoli, senza perseguire il bene comune. La loro stessa struttura organizzativa si è ormai conformata su questo modello, e non sono più organizzatori del popolo, formazioni che ne promuovono la maturazione civile e l'iniziativa: sono piuttosto federazioni di correnti, di camarille, ciascuna con un "boss" e dei "sotto-boss". La carta geopolitica dei partiti è fatta di nomi e di luoghi. Per la DC: Bisaglia in Veneto, Gava in Campania, Lattanzio in Puglia, Andreotti nel Lazio, De Mita ad Avellino, Gaspari in Abruzzo, Forlani nelle Marche e così via. Ma per i socialisti, più o meno, è lo stesso e per i socialdemocratici peggio ancora...
Lei mi ha detto poco fa che la degenerazione dei partiti è il punto essenziale della crisi italiana.
È quello che io penso.
Per quale motivo?
I partiti hanno occupato lo Stato e tutte le sue istituzioni, a partire dal governo. Hanno occupato gli enti locali, gli enti di previdenza, le banche, le aziende pubbliche, gli istituti culturali, gli ospedali, le università, la Rai TV, alcuni grandi giornali. Per esempio, oggi c'è il pericolo che il maggior quotidiano italiano, il Corriere della Sera, cada in mano di questo o quel partito o di una sua corrente, ma noi impediremo che un grande organo di stampa come il Corriere faccia una così brutta fine. Insomma, tutto è già lottizzato e spartito o si vorrebbe lottizzare e spartire. E il risultato è drammatico. Tutte le "operazioni" che le diverse istituzioni e i loro attuali dirigenti sono chiamati a compiere vengono viste prevalentemente in funzione dell'interesse del partito o della corrente o del clan cui si deve la carica. Un credito bancario viene concesso se è utile a questo fine, se procura vantaggi e rapporti di clientela; un'autorizzazione amministrativa viene data, un appalto viene aggiudicato, una cattedra viene assegnata, un'attrezzatura di laboratorio viene finanziata, se i beneficiari fanno atto di fedeltà al partito che procura quei vantaggi, anche quando si tratta soltanto di riconoscimenti dovuti.
Lei fa un quadro della realtà italiana da far accapponare la pelle.
E secondo lei non corrisponde alla situazione?
Debbo riconoscere, signor Segretario, che in gran parte è un quadro realistico. Ma vorrei chiederle: se gli italiani sopportano questo stato di cose è segno che lo accettano o che non se ne accorgono. Altrimenti voi avreste conquistato la guida del paese da un pezzo.
La domanda è complessa. Mi consentirà di risponderle ordinatamente. Anzitutto: molti italiani, secondo me, si accorgono benissimo del mercimonio che si fa dello Stato, delle sopraffazioni, dei favoritismi, delle discriminazioni. Ma gran parte di loro è sotto ricatto. Hanno ricevuto vantaggi (magari dovuti, ma ottenuti solo attraverso i canali dei partiti e delle loro correnti) o sperano di riceverne, o temono di non riceverne più. Vuole una conferma di quanto dico? Confronti il voto che gli italiani hanno dato in occasione dei referendum e quello delle normali elezioni politiche e amministrative. Il voto ai referendum non comporta favori, non coinvolge rapporti clientelari, non mette in gioco e non mobilita candidati e interessi privati o di un gruppo o di parte. È un voto assolutamente libero da questo genere di condizionamenti. Ebbene, sia nel '74 per il divorzio, sia, ancor di più, nell'81 per l'aborto, gli italiani hanno fornito l'immagine di un paese liberissimo e moderno, hanno dato un voto di progresso. Al nord come al sud, nelle città come nelle campagne, nei quartieri borghesi come in quelli operai e proletari. Nelle elezioni politiche e amministrative il quadro cambia, anche a distanza di poche settimane.
Veniamo all'altra mia domanda, se permette, signor Segretario: dovreste aver vinto da un pezzo, se le cose stanno come lei descrive.
In un certo senso, al contrario, può apparire persino straordinario che un partito come il nostro, che va così decisamente contro l'andazzo corrente, conservi tanti consensi e persino li accresca. Ma io credo di sapere a che cosa lei pensa: poiché noi dichiariamo di essere un partito "diverso" dagli altri, lei pensa che gli italiani abbiano timore di questa diversità.
Sì, è così, penso proprio a questa vostra conclamata diversità. A volte ne parlate come se foste dei marziani, oppure dei missionari in terra d'infedeli: e la gente diffida. Vuole spiegarmi con chiarezza in che consiste la vostra diversità? C'è da averne paura?
Qualcuno, sì, ha ragione di temerne, e lei capisce subito chi intendo. Per una risposta chiara alla sua domanda, elencherò per punti molto semplici in che consiste il nostro essere diversi, così spero non ci sarà più margine all'equivoco. Dunque: primo, noi vogliamo che i partiti cessino di occupare lo Stato. I partiti debbono, come dice la nostra Costituzione, concorrere alla formazione della volontà politica della nazione; e ciò possono farlo non occupando pezzi sempre più larghi di Stato, sempre più numerosi centri di potere in ogni campo, ma interpretando le grandi correnti di opinione, organizzando le aspirazioni del popolo, controllando democraticamente l'operato delle istituzioni. Ecco la prima ragione della nostra diversità. Le sembra che debba incutere tanta paura agli italiani?
Veniamo alla seconda diversità.
Noi pensiamo che il privilegio vada combattuto e distrutto ovunque si annidi, che i poveri e gli emarginati, gli svantaggiati, vadano difesi, e gli vada data voce e possibilità concreta di contare nelle decisioni e di cambiare le proprie condizioni, che certi bisogni sociali e umani oggi ignorati vadano soddisfatti con priorità rispetto ad altri, che la professionalità e il merito vadano premiati, che la partecipazione di ogni cittadino e di ogni cittadina alla cosa pubblica debba essere assicurata.
Onorevole Berlinguer, queste cose le dicono tutti.
Già, ma nessuno dei partiti governativi le fa. Noi comunisti abbiamo sessant'anni di storia alle spalle e abbiamo dimostrato di perseguirle e di farle sul serio. In galera con gli operai ci siamo stati noi; sui monti con i partigiani ci siamo stati noi; nelle borgate con i disoccupati ci siamo stati noi; con le donne, con il proletariato emarginato, con i giovani ci siamo stati noi; alla direzione di certi comuni, di certe regioni, amministrate con onestà, ci siamo stati noi.
Non voi soltanto.
È vero, ma noi soprattutto. E passiamo al terzo punto di diversità. Noi pensiamo che il tipo di sviluppo economico e sociale capitalistico sia causa di gravi distorsioni, di immensi costi e disparità sociali, di enormi sprechi di ricchezza. Non vogliamo seguire i modelli di socialismo che si sono finora realizzati, rifiutiamo una rigida e centralizzata pianificazione dell'economia, pensiamo che il mercato possa mantenere una funzione essenziale, che l'iniziativa individuale sia insostituibile, che l'impresa privata abbia un suo spazio e conservi un suo ruolo importante. Ma siamo convinti che tutte queste realtà, dentro le forme capitalistiche -e soprattutto, oggi, sotto la cappa di piombo del sistema imperniato sulla DC- non funzionano più, e che quindi si possa e si debba discutere in qual modo superare il capitalismo inteso come meccanismo, come sistema, giacché esso, oggi, sta creando masse crescenti di disoccupati, di emarginati, di sfruttati. Sta qui, al fondo, la causa non solo dell'attuale crisi economica, ma di fenomeni di barbarie, del diffondersi della droga, del rifiuto del lavoro, della sfiducia, della noia, della disperazione. È un delitto avere queste idee?
Non trovo grandi differenze rispetto a quanto può pensare un convinto socialdemocratico europeo. Però a lei sembra un'offesa essere paragonato ad un socialdemocratico.
Bè, una differenza sostanziale esiste. La socialdemocrazia (parlo di quella seria, s'intende) si è sempre molto preoccupata degli operai, dei lavoratori sindacalmente organizzati e poco o nulla degli emarginati, dei sottoproletari, delle donne. Infatti, ora che si sono esauriti gli antichi margini di uno sviluppo capitalistico che consentivano una politica socialdemocratica, ora che i problemi che io prima ricordavo sono scoppiati in tutto l'occidente capitalistico, vi sono segni di crisi anche nella socialdemocrazia tedesca e nel laburismo inglese, proprio perché i partiti socialdemocratici si trovano di fronte a realtà per essi finora ignote o da essi ignorate.
Dunque, siete un partito socialista serio...
...nel senso che vogliamo costruire sul serio il socialismo...
Le dispiace, la preoccupa che il PSI lanci segnali verso strati borghesi della società?
No, non mi preoccupa. Ceti medi, borghesia produttiva sono strati importanti del paese e i loro interessi politici ed economici, quando sono legittimi, devono essere adeguatamente difesi e rappresentati. Anche noi lo facciamo. Se questi gruppi sociali trasferiscono una parte dei loro voti verso i partiti laici e verso il PSI, abbandonando la tradizionale tutela democristiana, non c'è che da esserne soddisfatti: ma a una condizione. La condizione è che, con questi nuovi voti, il PSI e i partiti laici dimostrino di saper fare una politica e di attuare un programma che davvero siano di effettivo e profondo mutamento rispetto al passato e rispetto al presente. Se invece si trattasse di un semplice trasferimento di clientele per consolidare, sotto nuove etichette, i vecchi e attuali rapporti tra partiti e Stato, partiti e governo, partiti e società, con i deleteri modi di governare e di amministrare che ne conseguono, allora non vedo di che cosa dovremmo dirci soddisfatti noi e il paese.
Secondo lei, quel mutamento di metodi e di politica c'è o no?
Francamente, no. Lei forse lo vede? La gente se ne accorge? Vada in giro per la Sicilia, ad esempio: vedrà che in gran parte c'è stato un trasferimento di clientele. Non voglio affermare che sempre e dovunque sia così. Ma affermo che socialisti e socialdemocratici non hanno finora dato alcun segno di voler iniziare quella riforma del rapporto tra partiti e istituzioni -che poi non è altro che un corretto ripristino del dettato costituzionale- senza la quale non può cominciare alcun rinnovamento e sanza la quale la questione morale resterà del tutto insoluta.
Lei ha detto varie volte che la questione morale oggi è al centro della questione italiana. Perché?
La questione morale non si esaurisce nel fatto che, essendoci dei ladri, dei corrotti, dei concussori in alte sfere della politica e dell'amministrazione, bisogna scovarli, bisogna denunciarli e bisogna metterli in galera. La questione morale, nell'Italia d'oggi, fa tutt'uno con l'occupazione dello stato da parte dei partiti governativi e delle loro correnti, fa tutt'uno con la guerra per bande, fa tutt'uno con la concezione della politica e con i metodi di governo di costoro, che vanno semmplicemente abbandonati e superati. Ecco perché dico che la questione morale è il centro del problema italiano. Ecco perché gli altri partiti possono profare d'essere forze di serio rinnovamento soltanto se aggrediscono in pieno la questione morale andando alle sue cause politiche. [...] Quel che deve interessare veramente è la sorte del paese. Se si continua in questo modo, in Italia la democrazia rischia di restringersi, non di allargarsi e svilupparsi; rischia di soffocare in una palude.
Signor Segretario, in tutto il mondo occidentale si è d'accordo sul fatto che il nemico principale da battere in questo momento sia l'inflazione, e difatti le politiche economiche di tutti i paesi industrializzati puntano a realizzare quell'obiettivo. È anche lei del medesimo parere?
Risponderò nello stesso modo di Mitterand: il principale malanno delle società occidentali è la disoccupazione. I due mali non vanno visti separatamente. L'inflazione è -se vogliamo- l'altro rovescio della medaglia. Bisogna impegnarsi a fondo contro l'una e contro l'altra. Guai a dissociare questa battaglia, guai a pensare, per esempio, che pur di domare l'inflazione si debba pagare il prezzo d'una recessione massiccia e d'una disoccupazione, come già in larga misura sta avvenendo. Ci ritroveremmo tutti in mezzo ad una catastrofe sociale di proporzioni impensabili.
Il PCI, agli inizi del 1977, lanciò la linea dell' "austerità". Non mi pare che il suo appello sia stato accolto con favore dalla classe operaia, dai lavoratori, dagli stessi militanti del partito...
Noi sostenemmo che il consumismo individuale esasperato produce non solo dissipazione di ricchezza e storture produttive, ma anche insoddisfazione, smarrimento, infelicità e che, comunque, la situazione economica dei paesi industializzati -di fronte all'aggravamento del divario, al loro interno, tra zone sviluppate e zone arretrate, e di fronte al risveglio e all'avanzata dei popoli dei paesi ex-coloniali e della loro indipendenza- non consentiva più di assicurare uno sviluppo economico e sociale conservando la "civiltà dei consumi", con tutti i guasti, anche morali, che sono intrinseci ad essa. La diffusione della droga, per esempio, tra i giovani è uno dei segni più gravi di tutto ciò e nessuno se ne dà realmente carico. Ma dicevamo dell'austerità. Fummo i soli a sottolineare la necessità di combattere gli sprechi, accrescere il risparmio, contenere i consumi privati superflui, rallentare la dinamica perversa della spesa pubblica, formare nuove risorse e nuove fonti di lavoro. Dicemmo che anche i lavoratori avrebbero dovuto contribuire per la loro parte a questo sforzo di raddrizzamento dell'economia, ma che l'insieme dei sacrifici doveva essere fatto applicando un principio di rigorosa equità e che avrebbe dovuto avere come obiettivo quello di dare l'avvio ad un diverso tipo di sviluppo e a diversi modi di vita (più parsimoniosi, ma anche più umani). Questo fu il nostro modo di porre il problema dell'austerità e della contemporanea lotta all'inflazione e alla recessione, cioè alla disoccupazione. Precisammo e sviluppammo queste posizioni al nostro XV Congresso del marzo 1979: non fummo ascoltati.
E il costo del lavoro? Le sembra un tema da dimenticare?
Il costo del lavoro va anch'esso affrontato e, nel complesso, contenuto, operando soprattutto sul fronte dell'aumento della produttività. Voglio dirle però con tutta franchezza che quando si chiedono sacrifici al paese e si comincia con il chiederli -come al solito- ai lavoratori, mentre si ha alle spalle una questione come la P2, è assai difficile ricevere ascolto ed essere credibili. Quando si chiedono sacrifici alla gente che lavora ci vuole un grande consenso, una grande credibilità politica e la capacità di colpire esosi e intollerabili privilegi. Se questi elementi non ci sono, l'operazione non può riuscire.